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Pronto il decreto sul merito. Come mercificare il sapere

Fonte: il Manifesto | Autore: Silvia Niccolai

Il governo sta predisponendo un «decreto merito» in materia di scuola, università e formazione. In un linguaggio infarcito di richiami a qualità, eccellenza, valutazione e buone pratiche internazionali, spiccano idee come l’istituzione delle Olimpiadi del Sapere, il Miglior studente dell’anno, o il Portfolio dello studente, una banca dati dove il pedigree formativo (corsi di lingua, musica, vela, danza, e pagelle) di ciascuno studente potrà essere consultato dalle imprese a caccia di risorse umane.

Scorrendo l’altisonante e compiaciuto articolato, vien da pensare a quanto sarebbe bello se il governo, oltre a dare lezioni al mondo della scuola, dell’università, del lavoro su come ci si deve comportare per essere bravi, corretti e allineati alle migliori prassi, cominciasse a ricordarsi che il modo normale, corretto, allineato alle migliori prassi di introdurre nuove norme è il procedimento di legge ordinaria (e senza questioni di fiducia a raffica) e non il decreto legge, il ricorso al quale in mancanza dei requisiti costituzionali di straordinaria necessità ed urgenza costituisce un abuso, che l’attuale esecutivo compie ogni giorno, insieme all’abuso del ricorso sistematico alla questione di fiducia nell’approvazione dei disegni di legge.

Una politica, ma forse dovremmo abituarci a chiamarla semplicemente un potere, che si esprime con modalità irregolari e che limitano o escludono il dibattito parlamentare e pubblico, non può portare un benefico ordine nella società: e infatti le riforme dell’attuale esecutivo altro non sono che altrettante violenze alle nostre tradizioni e ai bisogni effettivi della nostra società. Non servono sciocchezze come le Olimpiadi del sapere, ma scuole decenti con adeguate attrezzature, spazi esterni, gabinetti funzionanti, ed insegnanti cui sia riconosciuto l’altissimo valore sociale del loro ruolo.

Scimmiottando il sistema americano con idee come il Migliore studente dell’anno il decreto trasuda ignoranza e disprezzo verso la storia della scuola pubblica italiana, e cioè verso lo sforzo immenso e originale che gli insegnanti italiani hanno fatto per orientare l’istruzione ai valori della partecipazione, dell’inclusione, dell’eguaglianza, in nome dell’amore per lo sviluppo della personalità e della libertà delle persone, e per fiducia nelle potenzialità trasformative e creative del sapere.

L’immagine dei bambini e dei ragazzi ricoperti dai cartellini dei loro crediti formativi e esposti in vetrina affinché le imprese li possano comprare è ributtante e tragica: il decreto legge sul «merito» rappresenta un passo verso una mercificazione dell’esistenza e del suo significato che meriterebbe una discussione pubblica e una riflessione collettiva aperta ed estesa, perché investe, e nel modo più profondo, i valori a cui ispiriamo la nostra convivenza civile.

Il formalistico richiamo alla Costituzione che apre il decreto legge non inganni: il decreto, lungi dall’attuarli, disconosce i valori costituzionali.

Nella nostra Costituzione lavorare è un valore, ma il lavoro non è servitù,materiale e simbolica, alle logiche della produzione e della produttività, ma dimensione della dignità e della partecipazione, perciò le pretese del mercato sono nel nostro testo costituzionale limitate dalla difesa della libertà, sicurezza e dignità umana, e l’istruzione è un bene che serve allo svolgimento della personalità degli individui in chiave di libertà, e verso l’obiettivo – aperto, perciò problematico, perciò libero – di una società più giusta. Per Amartya Sen il modello di società («giusta», non «competitiva») prefigurato dalla Costituzione italiana del 1948 è insuperato ed ideale: filosofi come Nussbaum o Sandel non potrebbero che vedervi l’esatta applicazione delle loro di idee di una società orientata alla capacità, alla libertà e alla dignità, idee che essi predicano ben consci dello sfascio che il modello competitivo di istruzione coltivato negli Usa provoca.

A differenza dei nostri tecnici, i nostri Costituenti sapevano che lavorare su una società richiede di conoscerne la storia, di sapere qualcosa di filosofia, e di tener conto che l’economia ha una dimensione etica e sociale.

Ma se a noi i valori che essi scelsero e che hanno ispirato tanti percorsi culturali e politici della vita repubblicana proprio non piacciono più e ci teniamo tanto a cambiarli, bisogna farlo con le forme e i modi dovuti, a partire da una discussione pubblica aperta, trasparente, pluralista: laddove incidervi con decreto legge è gesto autoritario. Il Presidente della Repubblica chiamato ad autorizzare l’emanazione di una cosa del genere, saprà rendersene conto?

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